Su ogni imballaggio che entra ed esce da un’azienda c’è una piccola mappa: sigle, numeri, frecce, triangoli. Sono i simboli della raccolta differenziata, e servono a dire di che materiale è fatto quel prodotto e come dovrebbe essere gestito a fine vita.

Il problema è che quasi nessuno li legge come andrebbero letti. Nella pratica quotidiana di magazzini, uffici e reparti produttivi, questi simboli vengono interpretati “a occhio”, con la stessa logica che si usa a casa. E da lì nascono errori che costano: frazioni recuperabili conferite come indifferenziato, carichi contestati in impianto, contenitori contaminati, sanzioni.

Vediamo cosa significano davvero i simboli più diffusi e quali sono gli errori che ricorrono più spesso nelle aziende.

Cosa indicano (e cosa non indicano) i simboli sugli imballaggi

Quando un documento contiene dati personali, fiscali o sensibili, smaltirlo in modo improprio non è solo un problema di sicurezza: è una violazione delle norme sulla protezione dei dati. Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) e il Codice Privacy italiano stabiliscono che i dati personali devono essere trattati — anche nella fase di cancellazione — con misure tecniche e organizzative adeguate a garantirne la riservatezza.

In pratica, questo significa che un’azienda non può limitarsi a buttare via i documenti scaduti: deve poter dimostrare, in caso di controllo o di data breach, di aver adottato un sistema di distruzione conforme. La mancata tutela dei dati personali contenuti in fascicoli, dossier o archivi può comportare sanzioni amministrative significative, oltre a possibili contenziosi legali in caso di esposizione non corretta di informazioni riservate.

I simboli che si trovano su scatole, film, cassette e flaconi non sono tutti uguali: alcuni identificano il materiale, altri comunicano un messaggio ambientale, altri ancora riguardano obblighi consortili. Distinguerli è il primo passo.

I codici alfanumerici del materiale

Sono il dato più utile in assoluto. Ogni famiglia di materiali ha una sigla e un numero, secondo la codifica europea:

  • Plastiche: 01 PET, 02 PE-HD, 03 PVC, 04 PE-LD, 05 PP, 06 PS, 07 O (altri polimeri)
  • Carta e cartone: 20 PAP (cartone ondulato), 21 PAP (cartoncino), 22 PAP (carta)
  • Metalli: 40 FE (acciaio), 41 ALU (alluminio)
  • Legno: 50 FOR
  • Vetro: 70 GL (incolore), 71 GL (verde), 72 GL (marrone)
  • Compositi: sigla precedu­ta da “C/” e numero da 80 a 98 (es. C/PAP 81, tipico dei cartoni per bevande)

Questa codifica dice di cosa è fatto l’imballaggio. Non dice automaticamente in quale contenitore va, né se quel materiale è recuperabile nel contesto in cui vi trovate.

 

L’anello di Möbius

Le tre frecce che formano un triangolo indicano riciclabilità o, quando contengono una percentuale, la quota di materiale riciclato presente nel prodotto. È un’autodichiarazione ambientale del produttore, non una garanzia che quel materiale venga effettivamente accettato dalla filiera locale.

Il Punto Verde

Il simbolo con le due frecce che si inseguono (Der Grüne Punkt) attesta che il produttore ha aderito a un sistema di recupero degli imballaggi in un determinato Paese. Non è un simbolo di riciclabilità e in Italia non ha alcun valore come istruzione di conferimento: è uno dei fraintendimenti più diffusi in assoluto.

Il Tidyman e il bidone barrato

L’omino che getta la carta nel cestino invita solo a non disperdere il rifiuto nell’ambiente. Il bidone barrato, invece, segnala che il prodotto è un RAEE e va gestito in un canale del tutto separato: nulla a che vedere con plastica o carta.

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Gli errori più comuni che le aziende commettono

1. Confondere il simbolo del materiale con il contenitore di destinazione

È l’errore capofila. Leggere “PAP 21” su una confezione non equivale a sapere dove va conferita: se quel cartoncino è accoppiato a un film plastico o è unto di residui alimentari, la destinazione cambia. Il codice descrive il materiale, non la procedura.

2. Applicare ai rifiuti d’impresa la logica dei bidoni comunali

I colori dei contenitori domestici (e lo standard tecnico UNI 11686 che prova ad armonizzarli) riguardano i rifiuti urbani, e cambiano da Comune a Comune. I rifiuti speciali prodotti da un’attività economica seguono una logica diversa: classificazione con codice EER a sei cifre, deposito temporaneo per tipi omogenei, formulario di identificazione, registri. Il simbolo sull’imballaggio non sostituisce la classificazione del rifiuto.

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3. Dare per riciclabile tutto ciò che ha le tre frecce

L’anello di Möbius su un film o su un vassoio non garantisce che esista, in quel territorio, un impianto che lo accetta e una filiera che lo valorizza. Il polistirolo espanso (PS 06) è l’esempio classico: tecnicamente recuperabile, ma con modalità di conferimento che variano sensibilmente e che, per volumi industriali, richiedono un canale dedicato anziché il cassonetto.

4. Non separare i materiali compositi e gli imballaggi misti

Scatole con nastro adesivo e reggette, cassette con etichette plastificate, bancali con film e angolari in cartone: nella maggior parte dei casi si conferisce tutto insieme, perché “prevale la carta”. In realtà ogni componente estraneo abbassa la qualità della frazione recuperata e può far declassare un carico che, separato correttamente, avrebbe avuto un valore di mercato.

5. Trascurare l’obbligo di etichettatura sui propri imballaggi

Molte aziende si concentrano sui rifiuti che ricevono e dimenticano quelli che generano a valle. La normativa italiana (D.Lgs. 116/2020, che ha modificato il Testo Unico Ambientale) impone a chi immette imballaggi sul mercato di indicare la codifica alfanumerica del materiale; per gli imballaggi destinati al consumatore finale servono anche le istruzioni di conferimento. Un’etichettatura assente o incompleta è una non conformità a carico del produttore, non del cliente.

6. Non etichettare i contenitori interni

Il simbolo sull’imballaggio serve a poco se il contenitore in reparto non ha un’indicazione chiara. Aree di raccolta senza segnaletica, cassoni “tuttofare” nel piazzale, cartelli scritti a mano e sbiaditi: è qui che si perde la separazione ottenuta a monte. Un cassone contaminato viene declassato per intero.

7. Non formare chi movimenta materialmente il rifiuto

Le procedure vengono scritte in ufficio e applicate in magazzino. Se l’operatore che schiaccia gli imballaggi alle sei del mattino non sa distinguere un PE-LD da un composito, nessuna procedura funziona. Poche istruzioni visive, poste dove si conferisce, rendono più della migliore documentazione interna.

Come impostare una lettura corretta dei simboli in azienda

Non serve trasformare il personale in esperti di codici polimerici. Serve un sistema semplice e ripetibile:

  • fare l’inventario dei flussi reali: quali materiali entrano ed escono davvero, in che quantità e con quale frequenza
  • associare ogni flusso a una frazione e a un contenitore, non a un simbolo generico
  • applicare segnaletica visiva sui contenitori, coerente con i materiali effettivamente prodotti
  • verificare l’accoppiamento tra codice EER e destino del rifiuto con il proprio gestore autorizzato
  • rivedere il sistema quando cambia un fornitore o un imballaggio: un packaging nuovo può spostare un intero flusso

Il vantaggio non è solo la conformità. Una separazione fatta bene riduce il volume conferito a smaltimento e valorizza le frazioni recuperabili come carta, cartone e polimeri selezionati, che dallo stato di rifiuto passano a quello di materia prima seconda.

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Domande frequenti sui simboli della raccolta differenziata

Cosa significano i numeri dentro il triangolo sugli imballaggi?
Identificano la famiglia di materiali secondo la codifica europea: per esempio 01 PET, 05 PP e 06 PS per le plastiche, 20-22 PAP per carta e cartone, 41 ALU per l’alluminio. Indicano il materiale, non il contenitore di destinazione.

Il Punto Verde vuol dire che l’imballaggio è riciclabile?
No. Il Punto Verde attesta l’adesione del produttore a un sistema di recupero degli imballaggi in alcuni Paesi europei e non fornisce alcuna indicazione sulla riciclabilità né sul conferimento in Italia.

Le aziende devono seguire i colori dei bidoni comunali?
Solo per i rifiuti urbani assimilati, secondo le regole del Comune di riferimento. I rifiuti speciali seguono una disciplina distinta, basata sulla classificazione con codice EER e sui relativi obblighi di deposito, trasporto e tracciabilità.

È obbligatorio indicare i simboli sugli imballaggi che la mia azienda produce?
Sì. La normativa italiana prevede l’obbligo di etichettatura ambientale con la codifica alfanumerica del materiale per tutti gli imballaggi, e le istruzioni di conferimento per quelli destinati al consumatore finale.

Il polistirolo si può recuperare in azienda?
Il polistirolo espanso è tecnicamente recuperabile, ma per volumi industriali richiede un canale dedicato: conferirlo nei contenitori generici o come indifferenziato significa perdere una frazione valorizzabile e aumentare i costi di smaltimento.

Come si verifica se la gestione rifiuti della propria azienda è corretta?
Il modo più affidabile è un’analisi dei flussi con un gestore autorizzato, che verifichi classificazione dei rifiuti, modalità di deposito, contenitori utilizzati e documentazione di trasporto.

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